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LE INTERFERENZE TRA SENTENZA ASSOLUTORIA PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA ED  PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DEI REATI TRIBUTARI EX ARTT. 5 E 10 D.LGS 74/2000

LE INTERFERENZE TRA SENTENZA ASSOLUTORIA PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA ED  PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DEI REATI TRIBUTARI EX ARTT. 5 E 10 D.LGS 74/2000

LE INTERFERENZE TRA SENTENZA ASSOLUTORIA PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA ED PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DEI REATI TRIBUTARI EX ARTT. 5 E 10 D.LGS 74/2000

Nel caso di interesse il legale rapp.te mera “testa di legno” era stato assolto dal reato di bancarotta fraudolenta con sentenza passata in giudicato. I fatti posti a base del provvedimento assolutorio e, in particolare, l’esame della posizione dell’imputato devono essere valutati in ordine alla responsabilità dello stesso soggetto per il reato di occultamento di documenti contabili ex D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10. Infatti, secondo un principio più volte affermato e mai contestato nella giurisprudenza di legittimità, qualora nel corso del giudizio venga prodotta una sentenza passata in giudicato, che accerta fatti che si assumono essere inconciliabili con quelli in contestazione, il giudice è tenuto, onde evitare che si determini una situazione tale da giustificare una futura richiesta di revisione, a verificare la possibile incidenza della decisione irrevocabile, e degli elementi di fatto da essa risultanti, sulla posizione dell’imputato (così Sez. 2, n. 292 del 04/12/2013, dep. 2014, Coccorullo, Rv. 257993-01, nonchè Sez. 5, n. 81 del 24/10/2005, dep. 2006, Atrany, Rv. 232637-01).
Il giudice nell’accertare i reati tributari, quindi, ha il dovere di verificare quale sia l’incidenza della decisione irrevocabile prodotta e degli elementi di fatto da essa risultanti, sulla posizione dell’imputato ai fini della ricostruzione del fatto sussumibile nella fattispecie di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 (Cass. pen. Sez. III, 13/11/2020, n. 33820).
Il problema non è quello dell’autonomia dei giudizi concernenti il reato di bancarotta fraudolenta documentale e di occultamento di documenti contabili, ma semmai la corretta ricostruzione del fatto.
L’imputato nel processo per bancarotta era stato ritenuto completamente estraneo alla concreta gestione aziendale.

Per completezza va anche evidenziata la data del commesso reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10. Come affermato costantemente dalla giurisprudenza, il reato di occultamento di documenti contabili di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 costituisce un reato permanente, che si protrae sino al momento dell’accertamento fiscale, dal quale soltanto inizia a decorre il termine di prescrizione (così, per tutte, Sez. 3, n. 14461 del 25/05/2016, dep. 2017, Quaglia, Rv. 269898-01, e Sez. 3, n. 38376 del 09/07/2015, Palermo, Rv. 264676-01).
Inoltre, si è anche precisato che, quando si contesta l’occultamento o, in alternativa, la distruzione delle scritture contabili, l’imputato, per avvalersi della maturazione della prescrizione in conseguenza della qualificazione della condotta come distruttiva, deve dimostrare sia la circostanza che la documentazione contabile è stata distrutta, e non semplicemente occultata, sia l’epoca di tale distruzione (così, ancora, Sez. 3, n. 14461 del 2017).
Diverse valutazioni si pongono in relazione al al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5. Invero, il reato di omessa presentazione della dichiarazione annuale ai fini dell’imposta sul valore aggiunto è un reato proprio, che si ricollega alla violazione di un preciso obbligo gravante su chi riveste la carica di rappresentante legale di una società, indipendentemente dal ruolo di effettivo gestore dell’impresa o di mero prestanome.
In tale ottica il legale rappresentante “prestanome”, se omette di presentare la dichiarazione fiscale, in caso di superamento della soglia di punibilità realizza, in ogni caso, sotto il profilo oggettivo, la condotta delittuosa di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5. Resta da esaminare solo il profilo dell’elemento psicologico, la cui sussistenza però, può essere desunta anche da indizi. L’accettazione di una carica nel più completo disinteresse dei doveri alla stessa connessi, e nella consapevolezza che altri gestiscono occultamente l’impresa, la conoscenza della realtà aziendale sono elementi idonei a ritenere non manifestamente illogica o lacunosa l’affermazione della sussistenza del dolo specifico.